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The Chef su La5: il nuovo talent di cucina è una minestra riscaldata, recensione prima puntata

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di Antonella Dilorenzo

È partito ieri sera il nuovo talent culinario targato Mediaset, The Chef, in onda su La5, con i “cuochi-star” Filippo La Mantia e Davide Oldani e i coach, a supporto, Chiara Maci e Alessio Algherini.

La prima puntata non è stata soddisfacente. In molti saranno rimasti attratti nel vedere spadellare ancora una volta in tv, ma quello che ci sentiamo di dire, al momento – ci riserviamo il beneficio del dubbio per le prossime puntate – è che The Chef è una minestra riscaldata.

Storie e racconti lasciati a metà – non si rinuncia però ai pianti come quello di Onofrio, il 33enne pugliese scelto tra i 14 concorrenti, ma costretto a lasciare per tornare a lavoro - personaggi interessanti con la voglia di conoscerli e, poi, buttati fuori. Un po' tutto confusionario e una velocità di passaggi, forse inutile, tra una situazione e l'altra che mette solo ansia.

E, visto che siamo sognatori, ci chiediamo: “Ma la cucina dov'è”? Rimaniamo ancora una volta gabbati. Insomma, un minestrone, per rimanere in tema, senza un obiettivo ben definito e forse anche un po' emulatore di altri programmi culinari televisivi, come Masterchef, che hanno sbancato in Italia anche solo per essere stati i primi ad essere trasmessi.

The Chef è una roba vista e rivista, solo ripassata in padella. Come la storia del “si sono presentati in migliaia alle selezioni, ma solo uno sarà il migliore”, o il montaggio che dà ritmo al racconto, un ritmo, in questo caso, forse un po' inesistente visto che le storie dei concorrenti sono state stroncate sul nascere.

Allora aveva ragione Elton John quando parlava dei talent canori sostenendo che sarebbero solo una vetrina per i coach, i conduttori e non per i concorrenti stessi. Cambiando l'oggetto in questione (ora la cucina), il risultato non varia.

Poi, merito a Chiara Maci che, nonostante il contesto, ha preso ormai possesso del mezzo televisivo senza essere una sciuretta con la puzza sotto al naso; restiamo perplessi su Alessio Algherini, un po' troppo duro: un sorrisetto in più non farebbe male. Sulla professionalità di Filippo La Mantia e il (finto bello) Davide Oldani, non abbiamo nulla da dire, di quello parlano da soli i loro risultati fuori dallo schermo e siamo sicuri che saranno ben capaci di scegliere lo chef che vincerà il premio, quanto al metodo valutativo e ai commenti, a sprazzi, qualche “dilusione” alla Bastianich non è poi così lontana. Ma avremo modo di approfondirli nel corso delle puntate.

L'originalità e la naturalezza del programma stanno nell'aver ammesso alle selezioni anche i cuochi, quello che non succede ad esempio in Masterchef, almeno in apparenza, nonostante sia ormai palese che ai casting di questi programmi non si presentano i primi sprovveduti e non serve rifilarci la storiella del genietto in cucina solo per passione.

Un po' titubanti restiamo sulla prova dei cinque sensi: disequilibrio totale. Ad alcuni sono state rifilate prove semplici - come quella di riconoscere, bendati, uno spumante “ad orecchio” ; ad altri prove un po' più difficoltose: riconoscere con il tatto, bendati, tre tipi di cereali diversi (si trattava di orzo, kamut e grano saraceno).

La scelta dei personaggi/concorrenti spesso viene effettuata non sulla meritocrazia, ma anche su quanto buca lo schermo e su quanto, la sua personalità, può regalare al programma stesso. Beh, insomma, credevamo ancora la meritocrazia potesse esistere, ma forse nella logica televisiva, molte volte, non è una regola convincente.

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